• Punti Esclamativi

    Credimi se ti dico che c’è sempre la luce

    Ti descrivo una scena che so già che tu conosci.

    Voglio raccontarti come la vedevano i miei occhi prima e come la vedono adesso, di quando il BUIO e la LUCE si facevano la lotta.

    PRIMA

    Il primo giorno che accompagnai Giulia a far terapia avrebbe dovuto far parte di un gruppo composto da tre bambini con più o meno le stesse difficoltà.

    Non avevamo ancora la certezza che a “darle fastidio” era uno spettro autistico. Solo che parlava meno del dovuto, era solitaria, non amava condividere le attività e si arrabbiava quando qualcosa non andava come voleva lei.

    Diede il primo cenno di disapprovazione quando si rifiutò di stare senza di me in stanza con gli altri. Così entrai e dovetti rendermi conto che, per quanto mi sforzassi di aiutarla, Giulia non voleva ascoltare ciò che dicevano le terapiste se questo significava rispettare le fasi del gioco, seguire le regole o le indicazioni.
    Preferiva vagare per la stanza alla ricerca di qualcos’altro o giocare secondo le sue regole.

    Mi sentivo all’improvviso smarrita, quasi consapevole che da lì non ce ne saremmo andate se non con una verità inimmaginabile.

    Giusto quando, al terzo incontro, Giulia ci meravigliò perchè, quasi con l’atteggiamento di chi dice “vi accontento purchè mi lasciate in pace”, fece da sola tutto quello che le era stato richiesto di fare le volte precedenti, mi comunicarono che sarebbe stato più conveniente lavorare con lei da sola.

    La nostra nuova PRIMA VOLTA non la dimenticherò mai.

    Giulia non voleva stare con l’educatrice comportamentale e diede luogo ad una delle sue crisi di pianto isterico, durante le quali l’unica cosa chiara che diceva era “Voglio la mamma!”
    Quella donna – santa tutta la vita per noi!! – tenendola stretta a sè, nonostante le urla e i tentativi di svincolarsi della bambina, mi disse di pazientare, rimanere distante. Perchè mi avrebbe dimostrato come in realtà lei non voleva me, ma era l’unica cosa che sapeva dire chiaramente, perchè non era in grado di dimostrare in altro modo ciò che desiderava davvero.

    Giulia smise di urlare forse per stanchezza. Scese dalle braccia dell’educatrice e non venne da me. Si andò a sedere, sorrise e aspettò.

    Fu quella la MIA VERA PRIMA GRANDE LUCE.

    Durante il secondo incontro rimasi fuori. Le urla isteriche ricominciarono e credo che in reparto se ne siano accorti tutti.
    Ecco, in quel momento stavo per cadere nel tranello del “fare i confronti”.
    Mi sentivo osservata mentre me ne stavo seduta a cercare di far finta di nulla, scrutata, quasi spogliata da quegli sguardi pieni di interrogativi.
    Ma a tirarmi subito su il morale fu il passaggio casuale della neuropsichiatra, che mi disse :“La sento fino al mio ufficio, ha un bel caratterino e vedrai che verrà fuori!”

    Dopo solo quattro incontri Giulia aveva raggiunto il suo primo traguardo. Entrava da sola, si sedeva a giocare e sapeva che la mamma andava a prendere il caffè.

    Dopo pochi mesi eravamo già allo step del “ti spiego come puoi aggirare l’ostacolo ed entrare in linea con lei”.

    Addio odiosissime ingestibili crisi!

    DOPO

    Sicuramente Giulia aveva voglia di venir fuori.
    Io non ne avevo avuto da subito la percezione, ma avevo lasciato che ci guidassero per arrivare a questo.

    Sai qual è una delle caratteristiche tipiche, a più livelli, dei bambini o individui con spettro autistico?
    Non tollerare le novità che spezzano la routine.

    Giulia, fino ai 3 anni, non tollerava il cambio di stagione. Ovvero sia non voleva indossare in primavera un giubbotto più leggero di quello invernale.
    Per non parlare poi del mese di Maggio, quando infili il giubbettino di jeans la mattina presto e poi riesci a stare in maniche corte.
    Trovarla in giardino fradicia, perchè non aveva voluto star fuori senza giubbetto, era insormontabile.

    Lo raccontai alla sua educatrice e mi suggerì di sfruttare i giorni precedenti al prossimo appuntamento con lei per dire a Giulia che le avevo comprato un giubbetto nuovo, blu, e che lei avrebbe voluto tanto vederlo. Lei stessa glielo disse prima di congedarla.

    Fu quella la mia SECONDA GRANDE LUCE.

    Fu Giulia stessa ad andare incontro a lei per mostrarglielo.
    E da quel giorno mi restò impresso il senso di quell’azione : Giulia può fare tutto.


    Occorre però “crearle l’atmosfera”, dare un senso a ciò che accadrà o potrebbe accadere. FARLE VEDERE LA LUCE.

    E vi assicuro che oggi in molte circostanze è diventato superfluo.
    Come in altre è in me un tale automatismo che siamo al “ANCORA?Mamma, ma quante volte me lo devi dire?”

    Oggi l’aspetto in reparto con la testa alta, serena e sorridente, perchè so che ogni volta che entra in una stanza è per migliorare, imparare, sorprendere i suoi interlocutori anticipandoli.
    E quando un altro bambino mi ricorda la Giulia di 3 anni fa, non muovo lo sguardo verso i suoi genitori, a meno che siano loro a chiedere aiuto a parole.

    Oggi guardo ostinatamente ai traguardi e anniento ogni possibile confronto.

    Oggi ciò che è buio è per noi fonte di una nuova luce!

    Se sei arrivata fin qui e condividi ciò che ti ho detto, raccontami un tuo episodio, la TUA PRIMA LUCE.

    Se sei arrivata fin qui e vuoi scoprire quanto sia possibile sorridere anche dei più piccoli cambiamenti, continua a seguirmi.

    Se sei arrivata fin qui, vuol dire che ti sto dicendo qualcosa che ti fa riflettere.
    Fammi compagnia e lascia il tuo commento.

    𝓒𝓲𝓪𝓸 𝓶𝓪𝓶𝓶𝓪 𝓲𝓷 𝓬𝓻𝓸𝓼𝓽𝓪!

    P.S. Grazie M.B. per la tua rarità: hai una vocazione! 

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